“LA PRIMA VOCE” RICORDA IL 45mo.COMPLEANNO DELLA NASCITA DI “LOS CAMPANELLI”
21 febbraio 2014
Una coppia artistica per una commedia a puntate che riuniva le famiglie dell´Argentina di qualsiasi nazionalità
Erano loro: Menchu Quesada e Adolfo Linvel. Lei donna Lucía; lui, don Carmelo.
Nelle tavole argentine, il mezzogiorno domenicale è sinonimo di un bel piatto di pasta per ogni commensale anche se la famiglia è di altra discendenza. E neanche a dire se si tratta di persone i cui antenati sono italiani. È vero che anche il pranzo della domen ica si può associare con il famoso “asado”, ma le tagliatelle, i ravioli o gli spaghetti della attesa giornata di riposo,risultano quasi imbattibili. E cosí come la pasta della domenica è –come abbiamo detto- quasi imbattibile in tali pranzi, alla TV argentina ci fu un programma, che attecchì negli schermi televisivi tanto quanto la pasta della domenica. Si tratta del programma “Los Campanelli” che ancor oggi si ricorda con nostalgia.
Tutto cominciò con uno sketch in un programma “autobus” (più o meno questa potrebbe essere la traduzione) che durava ore e andava in onda dal vivo. Il ciclo si intitolava “La Feria de La Alegría”, ma ebbe tanto successo che poco tempo dopo riuscì ad avere un suo e proprio spazio in TV.
La storia era semplice: una famiglia numerosa, di stirpe prettamente italiana i cui capi famiglia erano proprio donna Lucia e don Carmelo; cioè Menchu Quesada ed Adolfo Linvel, i personaggi centrali. La compagnia veniva completata con i figli e le figlie della coppia centrale, assieme ai loro partners con l´aggiunta di Flora (Edda Díaz) la ragazza che lavorava in casa, ma era come di famiglia.
L´idea e la direzione stavano a carico di Héctor “Toto” Maselli che partecipava anche alla stesura dei libretti con lo pseudonimo di Juan Peregrino. Era un modo quello di riscattare ciò che era stata la sua propria storia familiare. Con lui c´erano pure Juan Carlos Mesa, Oscar viale e Jorge Basurto. Una volta Mesa raccontò che il libretto lo facevano a tappe; cioè, ognuno di loro scriveva la sua parte ma comunque, ogni tappa o parte, veniva perfettamente collegata alla prima. Il programma durava un´ora e mezza e andava in onda dal vivo. Il programma rimase nel Canale 13 dal 1969 al 1972 dopodiché passò al Canale 11. La popolarità de “Los Campanelli” la domenica,fece che si creasse un altro programma che andava in onda i giovedì sera e si intitolava “Cosas de los Campanelli”. Santiago Bal (che era il figlio scapolone, donnaiolo e vagabondo, una specie di Isidoro Cañones) poco tempo fa raccontò che la scelta di Adolfo Linvel per fare il personaggio di don Carmelo sorse quando un giorno –con l´idea già avviata- Héctor Maselli lo vide che mangiava tagliatelle attorcigliandole ad un cucchiaio, in un tradizionale ristorante di Buenos Aires: il ristorante Pippo di Via Montevideo. Linvel abitava poco lontano da lì e ci andava spesso. A quel tempo era un attore riconosciuto nell´ambiente, ma con scarsa popolarità. Il personaggio de “Los Campanelli” lo lanciò ad uno strepitoso star system.
Il cast era un campionario di attori e di attrici popolari che facevano onore ad ogni loro macchietta. Alberto Anchart figlio, Dorita Burgos, Tino Pascali, Osvaldo Canónico, Carlos Scazziotta,María Cristina Laurenz, Gloria Montes, Tito Mendoza, Zulma Grey, Claudio García Satur e Alejandra Kliment; poi i summenzionati Santiago Bal ed Edda Díaz. C´era persino un “gallego” (a carico del attore comico Raymundo Pastore) , il quale veniva considerato “nemico” acerrimo dei “tanos” (italiani) Campanelli..
Il libretto sempre includeva situazioni che abbinavano comicità e drammaticità, ma che erano comuni alla vita degli argentini della classe media di quei tempi; con figli che potevano avere accesso ad una miglior posizione sociale. Da non dimenticare la Nonna, altro personaggio più che centrale perché era l´incaricata dell´elaborazione della pasta casereccia che andava a ruba a tavola. Non mancavano neanche i confronti verbali, le discussioni che –d´altra parte- erano una costante finché don Carmelo, per farla finita, concludeva dicendo che non voleva ascoltare “ ni el volido de una mosca” (“né il volo di una mosca”). Finivano con un brindisi coppe in alto e con una frase a coro: “ non c´è cosa più bella che la famiglia unita” (“no hay nada ma´ lindo que la familia unita”).
Furono frasi che dopo si ripetevano per strada e nelle case. Era più o meno l´impronta verbale che lasciò Vicente Rubino in uno sketch in cui parecchi pensionati di diverse origini si riunivano a chiacchierare su un banco di piazza. Rubino era un immigrante di un paese dell´est europeo e la sua consueta frase era: “ ninita suya indifrundeniyeguen ...” Ma quella è un´altra storia. (Luciano Fantini - La Prima Voce)

